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Bravissima


Negli anni ottanta, per una ragazzina della mia età, la ginnastica ritmica significava l’armonioso volteggiare di Hilary, atleta giapponese protagonista del cartone animato La leggenda di Hikari di Aso Izumi. Hilary, ovviamente, era il nome nella trasposizione italiana. Tra nastri, palle colorate e clavette la nostra Hilary sfarfallava leggiadra e sempre sorridente, antagonista della più austera Debbie, promessa della ginnastica che sacrificava il suo tempo, il suo corpo e i suoi spazi per l’allenamento, con l’ambizione, coltivata da se stessa e dall’allenatore, di arrivare alle olimpiadi di Seoul.

Proprio Debbie, dai capelli sempre raccolti, la pelle diafana e la dedizione assoluta mi è tornata alla mente leggendo la storia di Teodora, la bambina di otto anni al centro delle pagine di Bravissima, esordio nel romanzo di Paola Moretti (66thand2nd).

Teodora indossa con aristocratica sufficienza il suo nome altisonante; la sua pelle chiarissima si scotta presto sotto il sole di Feudi Marina, cittadina finzionale della riviera adriatica dove la sua famiglia si è appena trasferita. Lo spostamento della famiglia comporta tutto un balletto di ruoli e dimensioni: Claudio si getta nel nuovo lavoro impetuosamente come un segugio che rincorre l’usta, mentre Antonella fatica a trovare i suoi tempi ai ritmi della placida vita costiera. La nuova casa è il simbolo di queste distanze che si allungano e vanno ricalibrate: «Tutto a Feudi Marina era leggermente più piccolo, o meglio, a un’altezza diversa», maniglie più basse, lavabo che arriva al ventre, e il gabinetto che quando ci si siede dà quella sensazione distratta di vuoto prima di arrivare a toccare la tavoletta sotto le natiche. Teodora agisce da diapason lasciando che la vita familiare si adegui e si intoni ai suoi umori infantili, e per questo dispotici, di fatto definendo il posizionamento di Antonella nella costellazione familiare. Si occupa di passarla a prendere a scuola, la accompagna agli allenamenti, segue le gare, la pettina, la veste, compra, osserva e ririmugina. La ginnastica ritmica è il perno attorno al quale Antonella e Teodora definiscono il loro rapporto, come un albero di maggio ci danzano attorno rincorrendosi senza raggiungersi mai in una giostra di attacco e susseguente rappresaglia: Teodora nel ruolo della ginnasta integralista, lei in quello della mamma «ottusa e lassista». In questo spazio ristretto che è il legame tra Antonella e Teodora si profila un inciampo che fa rovesciare a terra quell’equilibrio precario che a malapena era stato raggiunto: Luisa, allenatrice della squadra di ginnastica e ulteriore figura materna e autorevole per Teodora. Luisa spinge Teo, vedendo in lei talento raro e desiderio di perfezione, verso un’impennata di competitività, ambizione e successo. Tra la madre e l’allenatrice sembra svilupparsi all’inizio un attrito, che invece perde potenza senza mai risolversi in un conflitto vero e proprio, poiché l’autorità di Luisa non è mai messa in discussione da Teodora, la cui adesione al progetto è a tal punto commovente da inquietare la madre: «non mi piacevano in realtà né quello sport né l’idea di agonismo, e non ero sicura che mi piacesse quella donna così arrogante, ma ero stata messa con le spalle al muro. Teo era già al corrente della sua promozione e se l’avessi ostacolata sarei stata solo “cattiva”». Guardiamo attraverso gli occhi di Antonella questi allenamenti di una figlia ostinatissima e flirtiamo con lo stesso turbamento che si prova nell’osservare la danse macabre di Susie nel Suspiriadi Guadagnino, in cui Luisa come la Madame Blanc del film dirige la performance di Teo fra spaccate, salti e pirotecnici giri di nastro. In questo duetto tra adulta e bambina, il padre Claudio è una meteora che attraversa le dinamiche familiari lasciandosi dietro solo qualche detrito tra abbracci e sorrisi e sparuti momenti di affetto paterno come quando regala a Teo il primo numero del fumetto La leggenda di Hikari. Del tutto inadeguato a processare e sostenere una relazione di sostanza con la figlia come pure a costruire con la moglie una coppia solidale, occupa invece uno spazio rarefatto e informe che non si definisce mai, fatto di un’intimità rapida e cene avvolte in carta stagnola.

Paola Moretti stabilisce i confini di un regno quasi del tutto femminile, in cui ogni donna è incardinata in un ruolo che deve molto a quello delle sue compagne in questo viaggio: le madri delle piccole ginnaste, le allenatrici come rivali o come guide, le bambine, le maestre, le amiche. Tutta questa umanità si muove alla stessa velocità vertiginosa perché il tempo non è mai generoso e non risparmia nulla: l’adolescenza è alle porte e le incrinature in questi rapporti si fanno via via più vistose. Teodora si avvicina agli undici anni mentre tende il suo corpo verso la perfezione plastica del movimento, mentre le mani sanguinano sulle clavette e la schiena si piega per una rovesciata senza sbavature. Ammantata da una dolorosissima ambizione, accompagnata dal fervore agonistico, Teodora supera sempre il successivo limite fisico e non soffre la fatica che invece le sembra la spinta verso il miglioramento.

L’autrice, che ha affinato la sua scrittura sulle audiobiografie impossibili del podcast Phenomena, qui ritorna a una storia personale come se Antonella stessa raccontasse un pezzo della sua autobiografia. Bravissima è il romanzo dei corpi che obbediscono alla volontà, che rispondono al comando più che al bisogno, finché qualcosa non spezza questa geometria. Il corpo di Teodora, intero perfino nelle sue mancanze, si lascia attraversare dalla vita reagendo con la stessa pervicace dedizione già sperimentata nella ginnastica. L’apprensione di Antonella è una nube che circonda la bambina senza intaccarla mai davvero: è accolta come rete di protezione nei rari casi in cui è richiesta, ma non distoglie Teodora dalla precisione metodica delle sue scelte, dalla scuola ai giochi fino agli amici.

È la voce di Antonella, infatti, che racconta la sua storia, con tono pacato, quasi distaccato, quasi a ricordare al lettore un diario o un discorso davanti allo specchio, un modo per la protagonista per ricordare e ricordarsi, ma anche per ricalcolare la propria traiettoria personale mentre la figlia affronta il passaggio di quell’età di mezzo che è la preadolescenza. Teodora intanto cresce, nel corpo e nella volontà, la vita le forza addosso cambiamenti inaspettati e noi la vediamo, alla fine del romanzo, affrontarli come un esercizio sul tappeto, con la stessa tenacia, lo stesso equilibrio perfetto che occorre con il nastro. Da lettori, la tentazione è quella di diventare tifosi di questa caparbia ragazzina, della sua degnazione, e come nel cartone animato urlarle: «Bravissima, Hilary, continua così».

Questa recensione è stata pubblicata sulla rivista Altri Animali.

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