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Kampuchea, di Patrick Deville


Il tempo presente è sempre il più inafferrabile, quello che di più mette alla prova la nostra mobilità intellettuale. Lo sanno bene gli scrittori come Patrick Deville, che da anni cerca di definire e afferrare i giorni dell’oggi nei suoi testi. Questi romanzi del presente, come li chiama, hanno spesso per protagonista il romanzo stesso. Come in questa sua ultima prova intitolata Kampuchea (traduzione di Filippo D’Angelo, nottetempo, 17 euro), gli eroi sembrano essere i luoghi piuttosto che le persone. «Kampuchea» nella lingua khmer significa Cambogia, e Patrick Deville in questo libro romanza e filosofeggia sulle vicende storiche e politiche che si sono succedute in un luogo che si è sempre trovato in una posizione precaria, dalla riscoperta dei templi di Angkor Wat da parte di Henri Mouhot nel 1860 fino ai giorni nostri.

L’evento che attira Deville in Cambogia è il processo agli khmer rossi e in particolare a Kang Kek Iew, nome di battaglia Duch, che sarebbe stato condannato nel luglio 2010 a trentacinque anni di carcere per crimini contro l’umanità. Il tribunale coi suoi attori forniscono al libro il principale filo narrativo, attorno al quale si ingarbugliano un’impressionante varietà di racconti: quello della spedizione francese sul Mekong del 1866–1868, guidata da Ernest Doudart de Lagrée e Francis Garnier, per esempio; o quello di Marie-Charles David de Mayrena, che si autoproclama re di Sedang nel 1888. La riflessione attorno al colonialismo francese, che avrà una brusca battuta d’arresto con la fatidica battaglia di Dien Bien Phu del 1954, occupa molte di queste pagine. Finché a prendersi la scena non sono proprio i soggetti di quel dominio. Allora incontriamo storie come quella di da Vann Nath, che sopravvive ai campi rieducativi dipingendo ritratti di Pol Pot oppure quella dello stesso Pol Pot, che torna a Phnom Penh dopo i suoi studi letterari a Parigi con l’idea di insegnare Verlaine e Rimbaud, per poi ritrovarsi in seguito alla sua attività politica clandestina a essere proclamato primo ministro della Kampuchea Democratica. Il regime da lui presieduto avrà vita breve – tre anni, otto mesi e venti giorni – ma si lascerà dietro una sanguinosissima eredità.

L’intuizione di Deville è che un romanzo che si faccia carico del portato di un periodo così brutale abbia bisogno di sorvolare «l’attualità cercando di sorprendere i progressi della ragione nella storia» in un raffinato meccanismo narrativo teleologico. Guerre, conquiste e disumanità sembrano susseguirsi senza soluzione, mentre fra le pieghe del romanzo ci si chiede quale effetto possa mai avere la cultura sulla rivoluzione. Come può Duch, ex capo dell’apparato di sicurezza interna degli khmer rossi e comandante del campo di prigionia di Tuol Sleng, un uomo accusato di aver torturato e ucciso migliaia e migliaia di persone, recitare Alfred de Vigny al suo processo? Che responsabilità hanno i letterati? Deville, nemmeno troppo fra le righe, ci dice che la poesia romantica non è di per sé una profilassi sufficiente contro l’omicidio di massa. Lo scrittore francese non cerca le risposte nelle sentenze di un tribunale, e anzi mentre il processo a Duch comincia a prender corpo si accorge che non lo interessa quanto vorrebbe. Dalla verità processuale non può emergere alcuna verità romanzesca. In questo, forse, sono più utili i quotidiani e il loro racconto scandito del tempo presente o appena passato. Quando non è a Phnom Penh, Deville segue il processo attraverso i resoconti dei giornali e e allora decide di renderli parte integrante del tessuto narrativo che intende tessere. Questo gli permette di invocare in rapida suggestione i processi di Phnom Penh, l’arresto del capo di un cartello della droga in Messico, il processo all’ex presidente Alberto Fujimori in Perù, il Tribunale penale internazionale per il Ruanda in Tanzania e quello agli ex generali croati all’Aia. Ma se la storia della Cambogia è inevitabilmente inscritta in una contemporaneità più vasta, la risposta alla domanda che lo aveva spinto a interessarsene continua a eluderlo: cosa può fare la letteratura? E qual è il ruolo della cultura europea e francese in particolare nella vita di paesi così distanti? Per un Pol Pot educato nella culla della civiltà dei lumi che sceglie di diventare un carnefice, c’è pur sempre un Soth Polin, lo scrittore e direttore di giornale khmer costretto all’esilio dal regime. I loro destini e le loro traiettorie umane non possono essere più diverse, eppure hanno studiato gli stessi testi e si sono formati nella medesima cultura e civiltà europea.

Se lo chiede e continuerà a chiederselo Deville, i cui sforzi per rinnovare il romanzo francese hanno una dimensione politica e ancor prima comunitaria: l’idea della letteratura come una sorta di impresa collettiva. «Quando scriviamo, se siamo librai, accademici, lettori, tutto fa parte della stessa attività, un’attività che è estremamente minacciata» dice Deville: la letteratura è, di nuovo e sempre, un atto di resistenza.


Questa recensione è stata pubblicata sulla rivista Altri animali, qui.

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