© 2023 by The Book Lover. Proudly created with Wix.com

Join my mailing list
  • Libraia

«Bookish»

Aggiornato il: 6 set 2019



Bookish, adjective

1. (of a person or a way of life) devoted to reading and studying.

2. (of language or writing) literary in style or allusion.


Qualche mese fa ho cambiato il nome della mia libreria. Da un nome italiano sono passata a Bookish, più breve, più pop e, evidentemente, più inglese. Molte persone me ne hanno chiesto il motivo, qualcuna tacciandomi di anglofilia malsana («io in una libreria con un nome inglese non metterò mai piede»), come se la sovranità linguistica fosse un bene da conservare con le unghie e coi denti. La risposta breve è che «bookish» mi piace di più e penso che il significato (di cui trovate la trascrizione dall’Oxford Dictionary in alto) si addica con precisione a me stessa, alla mia vita, e spero in futuro anche al modo in cui parlo e scrivo. Non è forse Scout Finch uno dei miei personaggi preferiti, che dice «fino al giorno in cui mi minacciarono di non lasciarmi più leggere, non seppi di amare la lettura: si ama, forse, il proprio respiro?» (Harper Lee, Il buio oltre la siepe, Feltrinelli, traduzione di Amalia D'Agostino Schanzer).


Credo che una lingua sia sempre al servizio della comunità che la parla, e allo stesso tempo ne sia anche il sangue che le scorre dentro. Lo diceva prima e molto meglio di me anche Ferdinand de Saussure (linguista e semiologo, fondatore della linguistica moderna) «nella vita degli individui e della società, la lingua è il fattore più importante di tutti». Il modo in cui la usiamo ci consente di vivere, ci fa ammalare o guarire a seconda del veleno o della medicina che vi inoculiamo. In questo senso, sono opportune spesso le trasfusioni. Rifiutare gli anglicismi, o le parole straniere in generale, nel nostro vocabolario ci espone a una malattia che corre il rischio di cronicizzarsi: il sovranismo linguistico. L’abbiamo contratta negli anni Venti e per guarire c’abbiamo messo quasi trent’anni, ma mai del tutto. Per ritrovare infatti la purezza linguistica (e intanto leggete qui Mohsin Hamid a proposito della ricerca del puro), il regime fascista con dedizione ottusa si occupò di italianizzare tutti i nomi propri e comuni di origine straniera: un processo costante e violento, che costrinse persino circa cinquemila persone a cambiare cognome.


Ma non andiamo così lontano. Restando su «bookish», proviamo a italianizzarlo. La traduzione c’è: «librésco». Dall’enciclopedia Treccani: «aggettivo. [dal francese livre, “libro”] (pl. masch. -schi). Ricavato, attinto dai libri; ha sempre valore limitativo, in espressioni come cultura l., erudizione l., cognizioni l., formate sui libri e non tratte dalla vita e da personali esperienze». Come se i libri non fossero comunque vita. La mia, almeno.

Mettiamo in parallelo questi due termini, l’uno la traduzione dell’altro dall’inglese all’italiano e viceversa. Cosa è successo, nel salto da «bookish» a «libresco», che ha trasformato una parola meravigliosa che parla di dedizione alla lettura e ai libri in una traduzione negativa che invece ne indica il valore privativo rispetto alla cosiddetta «vita vera»? La letteratura è diventata la stanza polverosa per bookworm (sì, una parola inglese: anche qui l’equivalente italiano sarebbe altrettanto poco lusinghiero, «topo da biblioteca»), lasciando più spazio a noi, certo, ma anche meno vitalità in questi luoghi che vivono di libri; «e invece bisogna abitarla, questa casa-letteratura» dice Michele Mari in I demoni e la pastasfoglia (il Saggiatore, 2017), e continua: «a furia di leggere libri, a furia di interiorizzare mondi […] acquisiamo una sensibilità diagnostica grazie alla quale nei confronti della vita -–compresa quella di secondo grado che è la letteratura – il grande lettore ha molte più antenne e molta più “memoria”, perché, come il vagabondo delle stelle di London, ha vissuto più vite».

Viviamo in un mondo che è fatto di libri: viene stampato un titolo nuovo ogni sette secondi, di ogni giorno dell’anno. Eppure, questi titoli si leggono sempre meno: in Italia circa il 60% delle persone non legge nemmeno un libro all’anno. Purtroppo sembra che nel lessico mentale degli italiani contemporanei ciò che attiene ai libri sia sempre parziale, restrittivo, non concernente la vita «reale». Ogni lingua impone ai parlanti (e loro stessi lo imprimono a loro volta nel linguaggio che muta attivamente) un modo diverso di vedere il mondo: alla parola «libresco» è stato cucito addosso un contenuto che aggiunge un valore negativo all’area semantica relativa a «libro», che il significante inglese «bookish» non ha. In linguistica, secondo la teoria di Sapir-Whorf, conosciuta anche come «ipotesi della relatività linguistica», lo sviluppo cognitivo di ciascun essere umano è influenzato dalla lingua che parla. Nella sua forma più estrema, questa ipotesi assume che il modo di esprimersi determini il modo di pensare: «L’interdipendenza fra pensiero e linguaggio rende chiaro che le lingue non sono tanto un mezzo per esprimere una verità che è stata già stabilita, quanto un mezzo per scoprire una verità che era in precedenza sconosciuta. La loro diversità non è una diversità di suono e di segni, ma di modi di guardare il mondo» scrive Károly Kerényi (filologo ungherese e fondatore degli studi moderni di mitologia greca) nel 1976.


Chiaramente, io come libraia sono di parte, come figlia degli anni ottanta sono anche schiava del capitalismo: più vi faccio piacere i libri, più ne comprate e io mi regalo vacanze più lunghe. Ma mi piacerebbe moltissimo che in questa nostra visione del mondo i libri rappresentassero lo spazio luminoso non solo della conoscenza ma anche del divertimento. Infatti, in vacanza compro anche libri, e quest’anno in Turchia è stato il turno di Bazı Kelimeler Çok Güzel, cioè «Alcune parole molto belle» (edizioni Can Yayınları) che raccoglie 365 parole persiane, arabe e ottomane ancora presenti nella lingua turca di oggi. Ad esempio, «müşkülpesent»: fastidiosa.

Torniamo all’argomento principale, «bookish»: Wilhelm von Humboldt (linguista e filosofo tedesco) identificava le lingue come prismi che riflettono la realtà: è ben triste allora che io debba pescare oltremanica una bella parola, perché nella mia lingua madre vedo un riflesso che non mi piace.

192 visualizzazioni
This site was designed with the
.com
website builder. Create your website today.
Start Now