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Bologna in fiamme

Omodiffidente, sovrappeso, senza capelli, incastrato in un lavoro frustrante: Vasco Vitale è una «bertuccia retrograda» senza stile, ma esperta di noir e con una conoscenza enciclopedica del suo regista preferito, quell’Achille Cordova che ora è a Hollywood a ritirare la statuetta più ambita per il miglior film straniero. Ma siccome la verità non sembra mai vera, come dice Simenon, nella vita così come in un giallo, nell’inquadratura accanto a Cordova compare «quella checca di Simone Bianchi», suo ex compagno di liceo, splendidamente in forma e, di maggiore importanza, assistente del grande regista. Per Vitale potrebbe essere finalmente il momento di una vita, quello in cui la sua sceneggiatura perfetta arrivi nelle mani di un formidabile genio che ne riconosca la portata. Purtroppo però è anche il momento in cui la giovanissima e molto incinta moglie del regista è vittima di una fine spaventosa nella sua casa di Marradi, restando per sempre nell’immaginario collettivo come la versione italiana della Sharon Tate di mansoniana memoria. Simone Bianchi - o Simon Blanx, come si fa chiamare ora - e Achille Cordova tornano in Italia con un Oscar in valigia, una casa sotto sequestro per indagini e una vita sconquassata da quella che diventerà una lunga sequenza di delitti efferati.




Gianluca Morozzi costruisce abilmente Bologna in fiamme (Battaglia, 2019) come un cubo di Rubik le cui caselle colorate si spostano lungo la narrazione fino al compimento finale. I protagonisti Vitale, Simon, la bella e capricciosa Linda, coadiuvati da un liceale nerd e una sadica ragazzina, formano una suicide squad improbabile e non del tutto efficace per tentare di risolvere il caso invero molto complicato, non per amore di giustizia ma perché l’assassino sembra aver preso di mira chiunque abbia mai lavorato con Cordova. Lo scrittore fornisce il regista Achille dell’opinione che «gli attori troppo noti disturbano la percezione contenutistica di una pellicola, distraggono dal messaggio primario», e allora i personaggi comuni di Morozzi, con le loro paturnie, paure, idiosincrasie e meschinità, ancorano la storia a una mescolanza di realtà e surrealismo il cui risultato è, di fatto, funzionante. «Tornando a casa progettate un bel giallo con tanti omicidi: vi farà bene alla salute» è la ricetta di Daniel Pennac; non sappiamo se faccia davvero bene alla salute ma è certo che l’autore bolognese abbia progettato il giallo con tutte le accortezze possibili; la storia si dipana nella narrazione inframmezzata dai crudi racconti degli omicidi, lasciando che la tensione del lettore sia la stessa dei personaggi (o almeno di quelli sopravvissuti) man mano che vengono scoperti i dettagli sanguinosi. A differenza di Radiomorte (Guanda, 2014), in cui il nodo dell’assassino viene sciolto subito e l’inquietudine cresce invece a seconda delle reazioni dei personaggi alla situazione contingente, oppure de Lo scrittore deve morire (Guanda, 2012), che Morozzi scrive a quattro mani con Heman Zed, in cui i due protagonisti corrono per l’Italia ignari di alcuni misteri che saranno svelati a poco a poco con numerose situazioni comiche, l’intreccio di Bologna in fiamme è cucito tenendo assieme una moltitudine di fili diversi che saranno, alla fine, tutti collocati al posto giusto con lavoro da artificiere fino alla deflagrazione.


Bologna in fiamme è l’ultimo libro, in termini di tempo, di uno scrittore oltremodo prolifico sempre con piccola e media, selezionata editoria; uno scrittore che in questa prima metà del 2019 ha dato alle stampe anche un altro romanzo, Dracula e io per TEA; Bologna in fiamme è anche il primo che Morozzi pubblica con Battaglia edizioni, una casa editrice nata nel 2018, che ha più strada davanti che alle spalle. Gianluca Morozzi non solo scrive romanzi, racconti e fumetti, ma suona la chitarra e conduce la trasmissione L'era del Moroz su Radiocittà Fujiko; nel 2008 Carmine Brancaccio ha scritto la sua biografia (L'era del Moroz. Tra la vita e la scrittura di Gianluca Morozzi, Zikkurat) che lo descrive come uomo mite e geniale, divertente e universalmente coinvolgente, ancorché radicato a Bologna, e «la sua scrittura coinvolge chiunque – probabilmente coinvolgerebbe anche i Filippini». La suggestione di Bologna in fiamme, che ha in comune con altre opere dello stesso autore, rimanda a personaggi con una «stupida, inutile vita di merda» coinvolti loro malgrado in eventi problematici la cui speranza di riuscita è sempre molto bassa, ma da cui, comunque se ne esca, l’importante è che «siamo vivi, cazzo».

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