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Sabrina & Corina: intervista a Kali Fajardo-Anstine




Ricordate le polemiche sul Canone occidentale di Bloom qualche anno fa? Quella che un tempo era l’ossatura rigidamente bianca e wasp della letteratura egemone nel mondo oggi si va sgretolando; per fortuna da qualche tempo a questa parte arrivano da oltreoceano opere che problematizzano e diversificano il canone letterario, con esiti incredibilmente positivi. Racconti edizioni ce l’aveva già dichiarato con la Houston di Lot di Bryan Washington nel 2020 (con la traduzione di Emanuele Giammarco), e continua a battere questa strada con Sabrina & Corina, (tradotto da Federica Gavioli), una raccolta di racconti che prende le mosse dalla Denver di Kali Fajardo-Anstine. Sabrina & Corina è un cosmo letterario popolato di donne latinx e native americane che raccontano un’altra storia rispetto a quel falso West mitico e bianco che ci è stato tramandato. Kali Fajardo-Anstine è un fiume che attraversa – e sbraca, e rompe gli argini – quel panorama troppo spesso identificato con una terrazza vista Manhattan. La sua vena si innerva e quindi irrobustisce una scrittura che ci parla di background diversi, come fa anche Bernardine Evaristo in UK, o come succede nell’Italia che ci raccontano Nadeesha Uyangoda e Maaza Mengiste, con buona pace di chi piange e bercia di cancel culture per ogni nome che fatica a pronunciare. Ho avuto il piacere di intervistare Kali Fajardo-Anstine, che risponde per email su cosa significhi scrivere di autorappresentazione, di lingue dimenticate, di razzismo e di identità.

Il «suolo del Colorado meridionale, in genere secco e facile alle crepe» sembra il posto migliore per accogliere i lettori nel microcosmo abitato dalle donne del tuo Sabrina & Corina. Eppure, queste storie tendono a mantenere inalterata la loro universalità. Come sei riuscita a gestire l’equilibrio perfetto tra particolare e universale, tra Denver e il mondo?

Ho frequentato il corso di narrativa all’Università del Wyoming, dove ho studiato a lezione da Joy Williams e Brad Watson. Là ho iniziato a leggere molti autori del realismo – Alice Munro, Denis Johnson, Richard Yates, Junot Diaz, Richard Ford, Edward P. Jones, e Katherine Porter. Ho notato che questi autori e autrici hanno scritto di proposito di luoghi specifici: io non sono mai stata in Ontario, eppure Munro tratta i suoi luoghi come se fossero il centro dell’universo, e lo stesso è Washington D.C. per Edward P. Jones, o Rock Springs per Richard Ford. Ho realizzato improvvisamente che avrei potuto scrivere del luogo da cui provengo, farne il mio perno e concentrarmi su questo, dimodoché gli altri potessero entrare nel mio mondo. Come dicono, Dio è nei dettagli, ma anche il diavolo: l’universale è espresso attraverso il particolare.

Jolene Nenibah Yazzie, un’artista diné, dipinge donne forti che hanno il superpotere di fare a pezzi i tabù, donne che competono nella categoria maschile dei powwow – i raduni tradizionali – affrontando la violenza della società patriarcale: Yazzie descrive il senso di liberazione che provano, il bullismo che incontrano. Allo stesso modo, tu lasci che le ragazze di Sabrina & Corina esplorino il proprio sé come una rivelazione. Qual è il loro superpotere, se ce n’è uno?

Il primo personaggio che mi viene in mente è la tredicenne Sierra da «Bambini di zucchero», a cui viene chiesto, come compito, di occuparsi di un sacchetto di zucchero come se fosse un bambino vero, insieme al suo compagno di classe Robbie. Ogni tanto, quando rileggo quella storia, sono scioccata da quanto saggia e divertente possa essere Sierra, ma mi sorprendo anche di quanto sia introversa rispetto a chi la circonda. Può essere decisamente ostile verso Robbie, ma non ho mai avuto l’impressione, mentre la descrivevo, che Sierra non lo avesse a cuore. Sierra è spesso connessa con chi le è intorno e contemporaneamente allontana da sé ogni forma di affetto. A un certo punto della storia, sua madre le chiede se può sentire l’ambiente circondarla così strettamente da sembrare di essere tra le fauci di un serpente a sonagli. Sierra mente alla madre, le dice di non sentire nulla. Ogni volta che leggo quel passaggio, in quel preciso momento, Sierra riesce a sorprendermi, ma provo anche una certa tristezza per lei. È quasi come se, mostrando amore, fossimo anche vulnerabili al dolore. Se proprio devono averne uno, direi che il superpotere delle mie donne e delle mie ragazze è il sapersi aprire alla propria vulnerabilità.

Il linguaggio nei tuoi racconti è forte e arricchito da parole della tua tradizione di nativa americana. Il risultato è lo specchio linguistico di una comunità caleidoscopica; ben lontano dal tenere a distanza il lettore, sembra invece tenere scrittrice, personaggi e gli stessi lettori stretti e avvinti a queste storie. Credi che ripensare il linguaggio possa essere un passo verso il ripensare la comunità?

Conosco la maggior parte delle mie frasi col cuore, ogni punto, ogni virgola, ogni battuta delle mie sillabe. Conosco anche cosa significa perdere la tua lingua nativa. I miei antenati sono stati tormentati e discriminati perché parlavano lingue indigene, spagnolo, tagalog, eccetera. Attraverso il razzismo americano, la mia gente è stata strappata al proprio linguaggio, ci è stato lasciato solo l’inglese. Immagino spesso come i miei antenati sognassero nelle proprie lingue, i suoni e i ritmi dei loro pensieri. So anche che il linguaggio ferisce, quanto facilmente gli uomini chiamano le donne con epiteti orribili, ho ben presente/conosco bene gli insulti razzisti che mi sono stati gridati dietro dal finestrino di una macchina, e come il linguaggio viene usato da chi è in posizioni di potere per negare, offuscare o rifiutare la verità. Io scrivo in modo diretto e chiaro perché credo che la lingua sia potente, che possa piegare la nostra consapevolezza verso la giustizia e rivelare la verità.

Per molti anni, Colorado ha significato John Fante e un mucchio di scrittori bianchi. Persone di colore, nativi americani e latinx rivendicano e stanno costruendo una risonanza culturale e il diritto all’autodefinizione in un ambiente letterario a predominanza bianca. Ho la sensazione che con il tuo libro tu stia sostenendo con forza questa rappresentazione culturale. È stato uno dei tuoi obiettivi fin dall’inizio?

Mi sentivo molto sola da bambina. Vedevo e sentivo cose a casa di cui avevo vergogna a parlare – violenza, malattia mentale, dipendenza –, questioni che dopo avrei imparato a considerare comuni nelle famiglie di ogni provenienza, razza e classe. Uno dei modi in cui ho cercato conforto da ragazzina sola e spaventata era la lettura. Divoravo libri. Leggevo tutto quello su cui riuscivo a mettere le mani, ma crescendo in Colorado raramente trovavo la mia regione del West descritta in letteratura o in altre arti (talvolta eravamo nelle canzoni western, ma perfino i musicisti country erano spesso bianchi e cantavano di un qualche mitico Texas). A complicare la questione, non solo la mia regione era assente dalla letteratura americana, ma i personaggi col mio background, genti miste con antenati nativi americani, non esistevano quasi per niente nella narrativa. Era mia ambizione allora inscriverci nella letteratura, e farlo in un modo che sentissi realistico e autentico più che performativo o etnografico. Ero stufa di essere trascurata e invisibile. Ho pensato, scriverò libri, e in questi libri sarà la mia gente a brillare di luce propria.

In Sabrina & Corina hai creato storie incredibilmente vivide, così potenti sulla pagina stampata che possono essere facilmente scambiate per racconti familiari da narrare di generazione in generazione ai bambini. Qual è il tuo rapporto con la narrazione orale e familiare? Hai preso in prestito qualche storia della tua famiglia?

Molte storie, ma in particolare il racconto «Sorelle» in Sabrina & Corina. Questo pezzo si basa su una storia della mia famiglia, un trauma ereditato che è stato tramandato attraverso le generazioni. Ricordo che stavo nel mio appartamento in Wyoming e potevo sentire Doty, la protagonista, che mi parlava, e sapevo che avrei dovuto scrivere la sua storia. È una delle cose più difficili che ho mai scritto, ma sapevo che altrimenti questa ossessione non sarebbe mai scomparsa.

Hai scritto di donne e ragazze, persone responsabili delle loro proprie scelte, nella buona e nella cattiva sorte. Queste storie sono calibrate sull’assenza degli uomini, eppure la loro ombra c’è e lo strisciante potere del patriarcato rimane intatto e difficile da combattere. Come scrittrice, il patriarcato qualcosa che cerchi di descrivere nei tuoi racconti? Secondo te scrittori e scrittrici di oggi dovrebbero, nei personaggi maschili, ripensare la mascolinità?

Poiché sono una donna e vivo in una società patriarcale, il mio lavoro esplora la realtà dell’oppressione, che colpisce quasi ogni aspetto della nostra esperienza di vita. Lavoriamo con il divario salariale, le donne hanno su di sé tutto il carico della cura dei figli e della casa, ci viene detto di sposarci per sicurezza e stabilità economica invece che per amore, in ambienti professionali la nostra voce è considerata meno valida e logica della nostra controparte maschile, ed è quasi impossibile crescere, per una donna, senza affrontare mai qualche forma di violenza sessuale a opera degli uomini. Sono critica sulla dominanza maschile, e per concepire una nuova realtà più equa, più giusta, dobbiamo tutti analizzare le radici alla causa della misoginia.

Direi inoltre che, mentre le mie storie hanno un’abbondanza di quelli che normalmente definiremmo «uomini cattivi», ci sono anche uomini che rivelano gentilezza e qualità tradizionalmente considerate più femminili, come Robbie in «Bambini di zucchero», il padre di Sierra, e Manny, il padre single in «Tomi», che affronta la violenza domestica attraverso la mano della sua ex moglie. Il patriarcato è complicato, e non ferisce solo le donne. Anche gli uomini sono vittime di questa oppressione. Nel mio prossimo libro, un romanzo storico ambientato a Denver durante la Grande Depressione, mi concedo uno sguardo molto più acuto sui personaggi maschili. Volevo sapere perché, e per conoscere il perché ho avuto la necessità di esaminare le loro realtà.

«L’amore di un bibliofilo per i libri è un amore per i libri, non soltanto delle informazioni contenute dentro», scrive Larry McMurtry in Books (Simon & Schuster, 2008), il suo memoir da bibliofilo. McMurtry è stato ed era un libraio da molto prima che diventasse anche uno scrittore. Poiché anche tu sei stata libraia, per molti anni, com’è il tuo rapporto con i libri e le librerie?

Amo questa citazione di McMurtry, la cui famosa libreria in Texas avrei sempre voluto visitare. Sono triste di non esserci riuscita finché lui era ancora in vita. Io amo i libri. Adoro tenerli in mano, annusarli, lasciar scorrere le dita sulla costa. Ne sono ossessionata. Ho avuto il mio primo lavoro in una libreria quando avevo quindici anni. Oh, ero così depressa all’epoca. Ogni tanto arrivano per il mio turno e cominciavo a piangere per tutto quel melodramma dell’adolescenza. La mia capa, quest’anima saggia e meravigliosa di nome Lois, mi metteva a lavorare nell’angolo sul retro a sistemare i libri per l’infanzia, e questo mi ha davvero aiutata, calmata. Questi libri mi hanno tenuta insieme. La mia prima, seria, educazione alla letteratura è arrivata da casa, la la mia scuola di vita più prodiga è stata la libreria, e i suoi clienti fissi, i collezionisti e i fan dello sci-fi per ragazzi, e i vecchini con collezioni sterminate sulle guerre e la storia mondiale. Non potrò mai ringraziare abbastanza le librerie. È una parte della mia identità, di chi sono.

Il tuo libro è stato appena tradotto in spagnolo, giapponese e italiano. Come ti senti a vedere le tue parole cambiare e saltare da una lingua all’altra?

È il complimento più grande alla mia scrittura che abbia mai ricevuto. Per molta della mia vita, mi sono sentita invisibile, come se la mia voce e il mio punto di vista non contassero realmente. Avere la mia opera tradotta e condivisa nel mondo con i lettori italiani è al di là dei miei sogni più sfrenati. Non sono mai stata molto popolare da ragazzina, spesso sedevo a pranzo da sola. Ora con il mio libro tradotto e condiviso nel mondo, so che che siamo in molti a adorare i libri, e non devo più sedermi da sola. È come unirsi a un’immensa famiglia, e sono molto grata di farne parte.

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Kali Fajardo-Anstine è l’autrice di Sabrina & Corina (Racconti, 2021), raccolta di racconti acclamata a livello internazionale, finalista per il National Book Award, il PEN/Bingham Prize, lo Story Prize, il Saroyan International Prize e vincitrice del 2020 American Book Award e del Reading the West. Fajardo-Anstine si è anche aggiudicata l’Addison M. Metcalf Award dell’American Academy of Arts and Letters. I suoi scritti sono apparsi in pubblicazioni come The New York Times, Harper’s Bazaar, ELLE, O the Oprah Magazine, e The American Scholar. Le sue storie sono state tradotte in molte lingue. È nata a Denver, Colorado.

Questa intervista è stata pubblicata sulla rivista Altri Animali.

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