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Dove osano le librerie


A giugno del 2019 Claudio Morici pubblicava un articolo su Internazionale che indagava sulla chiusura delle librerie, una vera e propria strage: nel decennio 2007-2017 in Italia chiudono 223 «farmacie dell’anima». La morte delle librerie è l’ultimo atto di una lunga agonia, estesa però al sistema editoriale italiano tutto, già fiaccato dalla mancanza di lettori e da un ciclo distributivo che non si sostiene più con la solidità di favoleggiate età dell’oro (quelli che hanno vissuto gli anni ’90 dicono gli anni ’80, quelli che hanno vissuto gli ’80 i ’70, noi mi sa che abbiamo perso il tram). Ne descrive bene i vizi e i punti oscuri Emanuele Giammarco, editore di Racconti, nel pezzo dal titolo ellittico La crisi della crisi dell’editoria su minima&moralia il 4 aprile. L’epidemia globale di covid-19 è partita da un pangolino asiatico per trasformarsi da infezione sanitaria a contagio economico: le casse dei librai, che con il dpcm dell’11 marzo hanno abbassato le saracinesche, erano però già quasi vuote prima. I librai di questa generazione ci sono abituati: «da “disagiati” quali siamo, la classe creativa del paese, il debito è la nostra cifra, il nostro vero “capitale simbolico”» dice Giammarco, ed è difficile dargli torto.


«Tutte le distanze che gli uomini hanno creato intorno a sé sono dettate dal timore di essere toccati. Ci si chiude nelle case, in cui nessuno può entrare; solo là ci si sente relativamente al sicuro», scriveva Elias Canetti in Massa e potere (traduzione di Furio Jesi, Adelphi). Il lockdown costringe le persone a casa, nella dimensione ideale per leggere: peccato però che non si sia fatto in tempo a fare scorta di libri prima che si chiudesse tutto con un decreto arrivato in notturna.

Con il rallentamento del transito delle merci non essenziali, perché giustamente si privilegia la spedizione di alimenti e medicinali, le librerie di quartiere si sono riscoperte fonte quasi inesauribile di consigli librari e buone parole sulle edizioni di catalogo, visto che tutte le novità editoriali sono rimandate al «dopo». Ma noi librai lo sapevamo già che sapevamo fare il nostro lavoro meglio di un motore di ricerca, grazie tante. Qualcuno ha inforcato la bicicletta e ha battuto i quartieri di Torino per le consegne a mano, qualcuno ha portato casa per casa a Bologna libri e vini di qualità, qualcun altro ha consegnato libri coi guanti in androni scuri e buste anonime, nella città eterna in cui la consegna a mano era proibita. E poi, le spedizioni: i librai indipendenti sono più bravi di Amazon, si sa, perché il mestiere batte sempre l’algoritmo: ma stavolta hanno stracciato il colosso della concupiscenza online sul suo stesso terreno, ovverosia le spedizioni.

Parlo con numeri confermati ma parziali, anzi direi unici: quelli della mia libreria, 28 metri quadri in un quartiere semiperiferico di Roma. Dalla chiusura il crollo degli incassi è stato un disastroso -75 percento, e non si è fatto 100 solo perché mi sono aggrappata come a una barchetta di carta nell’acqua piovana alla vendita per corrispondenza. Non tutti galleggiano, però, Georgie. Non conosco i numeri delle altre librerie, non come dato ufficiale almeno, ma so che per molti colleghi la situazione non è tanto più rosea.


La pandemia ha quindi tirato fuori le viscere di un animale già agonizzante: il sistema distributivo della filiera editoriale medio-piccola è già parte del problema, da prima della crisi, e i due estremi (editori e librerie) ne soffrono le criticità; come si legge nella lettera della rete LED librai editori e distribuzione (di cui sono tra i firmatari): «abbiamo studiato le formule giuste per permettere ai libri di arrivare alle porte delle persone senza mettere in pericolo nessuno, abbiamo messo in atto modalità, come quella delle consegne e spedizioni a domicilio, in assenza di un contesto normativo chiaro e unitario, per non perdere il contatto con i lettori». La chiusura totale dall’11 marzo ha avuto come conseguenza immediata la mancanza di liquidità e l’aumento del debito per molti di noi: nessuna novità dunque, a parte l’assenza di uscite editoriali, nessuna fiera all’orizzonte, nessun lancio primaverile. Il completo venir meno del bellissimo rumore di fondo che ci impediva di isolare i problemi. Navighiamo a vista cercando di tamponare l’emergenza, con la consegna a domicilio, le iniziative come #Libridaasporto e Un libro sospeso, e un mutuo soccorso tra editori e librerie indipendenti messo su da Eris edizioni e proseguito da Alegre, Racconti, Rina e molti altri.

#Libridaasporto è un progetto di sostegno alla vendita per librerie indipendenti non appartenenti a gruppi editoriali, messo in piedi da NW consulenza e marketing editoriale, una società di promozione editoriale, con il supporto di più di centoquaranta editori, a cui hanno aderito, a oggi, quasi ottocento librerie e che ha consentito nella sua prima fase nel poter spedire i pacchi di libri gratuitamente per i librai in tutta Italia, con il supporto economico delle case editrici partecipanti. Un sostegno di questo tipo che ha avuto una risposta di tale impatto ci fa riflettere su quanto la spedizione possa essere un fattore da tenere presente quando si ripenserà – perché si dovrà farlo – al modo di «fare libreria» post-apocalisse. Un libro sospeso invece è stato ideato come progetto di solidarietà nel terzo municipio di Roma, partito con un accordo tra la mia libreria e la rete solidale Terzo a domicilio che consegna spesa e medicinali alle persone in difficoltà: la risposta dei lettori è stata sorprendentemente commovente. In meno di venti giorni dalla pubblicazione online del post su facebook, sono arrivate donazioni per l’acquisto di circa duecento libri. Una risposta di pancia dei lettori forti, da tutta Italia, che ci pacifica con la sensazione che non siamo solo noi addetti ai lavori a considerare il libro come merce essenziale.

La rete con gli editori indipendenti è un altro tassello della struttura che si delinea nel costruire una filiera editoriale più solida e sensata per tutte le parti in gioco: il mutuo soccorso indipendente ha fatto sì che si conoscessero e rinsaldassero rapporti tra case editrici e librai anche al di fuori dello scaffale del punto vendita; «una forte sinergia e una comunanza di intenti nel voler diffondere cultura e sapere critico» come scrive Alegre nel comunicato della campagna partita il 6 aprile.


Ma nei negozi chiusi, nel frattempo, cosa succede? Nella confusione del lockdown è entrata in vigore la legge sul libro che fissa lo sconto massimo sulle novità editoriali (cioè fino a 20 mesi dall’uscita) al 5 percento. Questo aiuta, ma se non era sufficiente a superare una crisi duratura e cronica prima – quando tutto andava bene – adesso non ci dà neppure la misura di quanto impatto abbia sui dati di mercato confusi dal coronavirus. Inoltre, non bisogna dimenticare che la libreria non è solo un luogo simbolico: è un’impresa culturale, vive del lavoro dei librai. Il dpcm del 14 aprile include il libro tra le merci essenziali considerando la libreria come «luogo simbolico» di una ripartenza, se non fisica, quantomeno culturale. Consente la riapertura delle librerie, con specificità territoriali bizzarre: non si riapre in Lombardia, in Piemonte e in Sardegna; si riapre, ma solo due giorni a settimana che non siano weekend e festivi, in Veneto. E si riapre nel Lazio, ma una settimana dopo. Quindi i librai, o almeno la maggior parte, tornano al lavoro dietro al bancone, con guanti mascherina e gel disinfettante: e poi che succede?

Questi lavoratori vanno tutelati, non solo dal punto di vista sanitario, ma anche economico. La riapertura, anche a fronte di un incasso molto vicino allo zero, farà perdere gli eventuali benefici previsti per gli esercizi commerciali ancora chiusi, come ha annunciato il 22 aprile Dario Franceschini, ministro per i Beni culturali e il turismo: non si ha più diritto alla possibilità del credito di imposta sulla locazione per gli affitti. E il debito accumulato finora, dopo quasi due mesi di chiusura, come potremo ripagarlo se non passando la patata dei ritardi nei pagamenti ai diretti creditori, in una disperata corsa al massacro verso la cima della piramide?

La libreria vive di libri ma anche di lettori: ha necessità di libertà di movimento, nei limite del possibile e della sicurezza. Che si possa tornare a una fruizione degli spazi più consapevole sembra però un miraggio, perlomeno a Roma, visto che il Comando dei vigili urbani  che ha emesso una cervellotica circolare interna in cui i libri vengono declassati a beni «non essenziali». Sarà consentito solo lo «spostamento complementare» nelle librerie ma nel tragitto verso alimentari e farmacie, nell’intenzione di punire sulla pecunia il lettore sfrontato che esce per andare a comprare un libro. D’altronde, come scrive Penelope Fitzgerald in La libreria (Sellerio, 1999), «“Sta parlando di cultura?”, disse il direttore, con una voce a mezza strada tra la pietà e il rispetto».


Questo articolo è stato pubblicato su Altri Animali, e si trova qui.

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